scritta bianca 'a fine tunnel' sfondo verde con teschietti immagini di panni stesi e di una di lampada a forma di papera in dissolvenza sullo sfondo scritta 'a fine tunnel', in corsivo
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scritta bianca 'a fine tunnel' sfondo verde con teschietti immagini di panni stesi e di una di lampada a forma di papera in dissolvenza sullo sfondo scritta 'a fine tunnel', in corsivo
GUarDo Le stELLE Mi soNo rimASte soLo quelle.
---{ venerdì, settembre 19, 2008 }---

{there she goes}

Le cose ritornano.
Sarebbe meglio dire che una volta che si individua una coordinata di pensiero tutti i pensieri successivi si adattano alla nuova forma trovata o ritrovata. Mentre concentro energie a guidare in silenzio componendo pensieri statici e, come potete constatare anche voi, i contenuti sono i grandi assenti, mi affido ai traballanti segnali giornalieri per le decisioni della settimana.

Non è stato l’impegno concomitante, ma sono stati i precedenti ragionamenti sulla bellezza legata alla prossemica che mi hanno tenuta lontana dalla cena di classe. Provo ad essere onesta con me stessa, ammettendo il motivo principale per cui non ho voluto presenziare: non è stato un prevedibile episodio di asocialità estesa al gruppo classe. Non volevo proprio incontrare di nuovo una persona simile a me. Non è questione di litigate, di risentimenti, di motivi tangibili che portano le persone a salutarsi per sempre dopo una scazzottata liberatoria.

È solo una persona, una potenziale me dal punto di vista fisico, stesso telaio, solo un po’ più grassa, un po’ più rozza, il piedino gonfietto dentro Superga bianche, un po’ più imbranata, con una voce decisamente peggiore della mia, indifendibile nella sua vuotezza, incastrata nel suo fidanzamento siamese con un’ameba gentile ma pur sempre un’ameba, un rapporto parallelamente basato su due “tienil* ben strett* a te, perché o ora o mai più. Se perdi quest* sei socialmente e sessualmente mort*”.

Era un'entità petulante, che anche quando non mi dilettavo in queste cavalcate introspettive alla ricerca di un perché, riusciva a turbare i miei stati d’animi di adolescente basic. Già allora ero consapevole del pericolo che stavo correndo dal punto di vista esistenziale, già allora vedevo lei un mio specchio, peggiorativo, ma pur sempre uno specchio di come potevo diventare una caporetto visiva per il mondo esterno.

Lei e la prossemica non c’entravano nulla. In quinta i professori me la schiaffarono di fianco, giocando ad un cinico Memory con i nostri caratteri: riusciva a sedersi con le gambe accavallate come Piero Angela, appoggiando il malleolo della sua gamba destra sul ginocchio sinistro. La sua gamba destra saliva dritta con un’inclinazione di 45 gradi.

Dalle 8 alle 13 mi ritrovavo incastrata fra la sua rotula ad altezza del mio viso – se mai mi fossi leggermente chinata sul banco per la normale attività dello scrivere - e il muro della classe a destra, costringendomi ad una rotazione innaturale che forse ancora oggi mi porta spesso a sfruttare lo schienale della sedia come bracciolo.

Preferivo aderire al muro come un post-it piuttosto ritrovarmi per sbaglio la sua rotula rivestita in tuta acrilica Adidas in bocca. Dieci anni dopo preferirei un anno di catechismo piuttosto che ritrovarmela davanti ancora una volta alla cena, ulteriormente svantaggiata dal fattore tempo, visto che il tempo passa e qualche giovane comincia pure a darci del Lei. E senza dimostrare l’intenzione di starci palesemente prendendo per il culo.

posted by milo @ 4:20 PM

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