scritta bianca 'a fine tunnel' sfondo verde con teschietti immagini di panni stesi e di una di lampada a forma di papera in dissolvenza sullo sfondo scritta 'a fine tunnel', in corsivo
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GUarDo Le stELLE Mi soNo rimASte soLo quelle.
---{ sabato, maggio 03, 2008 }---

Slow moves

Quando ti paragoni agli altri, quando ti sembra che la tua intelligenza si assopisca, o peggio c’è e non viene valorizzata o peggio ancora, c’è ma spaventa, isola, ti rende una minaccia o una noia agli occhi altrui; quando l’impeto di scrivere due righe per tirare le somme appare sempre più raro, quando sentendo parlare di abbrivio della vita ti vengono gli occhi lucidi e l’angolo della bocca si piega all’ingiù in un misto di fatalismo e commozione, e quando suddetta mossa fa pronunciare ai presenti: “Cos’hai? Sei stanca?”, forse stai vivendo un momento difficile.

Perdere la fiducia nell’umanità o al contrario percepire che gli altri l’hanno persa in te perché in fondo non sei questo essere fuori dall’ordinario non è una bella sensazione.
Contemplo quelli che non so neppure se definire errori. Vedo il vuoto del momento, la stasi delle idee. Proverò a fregarmene.

Ho fatto un pianto lunghissimo, ho pianto tutta la tensione accumulata in questo anno. Il naso mi fa addirittura male, le narici bruciano, le guance anche. Man mano che faccio il bilancio di quello che sono e quello che mi aspetto da me stessa il bruciore aumenta. Per un attimo ritorno bambina, quella sensazione di testa pesante e sapore salato mi riporta a tempi lontani. Però adesso non c’è la mamma che mi accompagna in bagno “a darmi una risciacquata”; ci sono io che ricomincio a piangere ancora una volta considerando quanto fragili sono i rapporti umani. Quanto potrei perdere se solo due legàmi improvvisamente mi abbandonassero.
Potrei perdere tutto. Potrei trovare giustificazioni nella vita reale ad una mia presunta regressione.

In questo momento grottesco mi sento incapace di gestire relazioni, di attrarre a me persone che cercano di stare con me. Rotolo piano in una china profonda da cui risalirò con rinnovato senso critico. Ma a conferma delle mie tesi nessuno mi aiuta. Nessuno si prende cura.

L’urgenza di scrivere queste righe proviene da tre situazioni distinte che non fanno altro che costringermi a chiedermi continuamente chi sono io per loro. E’ un processo doloroso, anche se so che non è la fine del mondo. E’ doloroso perché non riesco a capire perché le persone si avvicinano in questo modo, riversandomi addosso storie e sensazioni, cercandomi di nuovo per altri consigli finché i casi della vita non li spingono via definitivamente. Tre su tre.

Nessuno si sofferma a chiedersi come sto io e se capita (si, capita, è vero che capita, devo convincermi che capita), nessuno ha la pazienza benevola di vedere come sarà la prossima volta; nessuno si pone il dubbio che la persona e il carattere che presento nasconda una me ancora migliore.

Sono triste per ineluttabilità. Non trovo il senso, non capisco come una persona che mi conosce da meno di un mese riesca a fare “triangolazioni” inopportune con tale leggerezza dando per scontato il mo atteggiamento inoffensivo.

So di non dimostrare gli atteggiamenti tipicamente isterici e tipicamente accettati. So di nascondermi a volte dietro le battute o di perdere il momento giusto, ma chi non lo fa?
E soprattutto perché il mio interlocutore non mi da’ una seconda chance, ma sbotta subito in un “dovresti essere più sicura”?

Il disagio vero scatta quando scopro che gli altri leggono questa mia vulnerabilità e la usino come pretesto per allontanarsi o non avvicinarsi, costruendo dei rapporti che ogni cazzo di volta sono la parodia mal riuscita di un manga. Due persone piantate lì a sorridersi con gli occhi senza che nulla accada, mai.

E poi un epilogo parallelo a tutto questo: "Ti ho cancellato, perchè con te non si parla mai di niente, perchè dici di essere online e invece sei a spasso. E adesso buonanotte". Quanto odio e vertigine ogni volta che ripenso a questo. Ogni gesto e respiro di autocontrollo si rivelano inutili. Scelgo allora di essere deliberatamente triste anche se so che non è il modo ideale per affrontare le situazioni. Provo a cercare un orientamento vagando con la mente alla ricerca del giusto flusso di pensieri che mi conduca ad una via di uscita, dove le sfighe quotidiane non rappresentano presagi funesti, ma piccoli intoppi che non hanno la forza di cambiarmi. Ora come ora mi stupisco della purezza del mio disgusto.

posted by milo @ 2:32 PM

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