scritta bianca 'a fine tunnel' sfondo verde con teschietti immagini di panni stesi e di una di lampada a forma di papera in dissolvenza sullo sfondo scritta 'a fine tunnel', in corsivo
scritta bianca 'a fine tunnel' sfondo verde con teschietti immagini di panni stesi e di una di lampada a forma di papera in dissolvenza sullo sfondo scritta 'a fine tunnel', in corsivo
scritta bianca 'a fine tunnel' sfondo verde con teschietti immagini di panni stesi e di una di lampada a forma di papera in dissolvenza sullo sfondo scritta 'a fine tunnel', in corsivo
GUarDo Le stELLE Mi soNo rimASte soLo quelle.
---{ domenica, settembre 22, 2002 }---

Ho trovato una, la mia amica Cristiana, che utilizza il cellulare in un modo delinquenziale quanto il mio. Si riassume in breve: se esco oppure vado al lavoro lo dimentico più o meno consapevolmente a casa; se me lo porto dietro lo spengo.
Inoltre sono ancora nella fase dello stupore quando mi chiama qualcuno.
Anche Cristiana è originale nell’utilizzo del cellulino; se suona libero non è detto che lei risponda. E' sempre così.
Dopo un minuto di squilli a vuoto lascio perdere, non riprovo perché dopo si accorge che l’ho chiamata due volte e non vorrei sembrare insistente.
Mi lascia con un mix di sentimento di abbandono e solitudine; in realtà non è strettamente colpa sua, bensì di questa serata in cui mia madre imperversa sul palinsesto televisivo e non mi da’ spazio per sviluppare un dopocena degno di tale nome.

Ritorno al mio blog, scrivo controvoglia perché continuo a pormi domande inutili, aspetto che qualcuno mi richiami o che mi chiami ex-novo.

Ogni volta che apro la pagina di A Fine Tunnel osservo che il numero del counter appena installato sale e continua a salire, anche di 10 in 10.
E’ domenica, piove, mi viene spontaneo chiedermi come 26 persone oggi siano giunte a visitare questo delirio senza direzione.

Non è un ipocrita quesito di web marketing. Me lo domando con la stessa ingenua curiosità che contraddistingue Jasmin(e) quando ci incontriamo nel weekend ed esclama:’Ma sai che la gente mi chiede come ho fatto a bermi la crema all’avena?!? Ma allora ci leggono veramente!’.

Eh già che ci leggono! Anche se la nostra popolarità, convengo con le malelingue, derivi dalla strategica scelta di chiamare il blog con una A iniziale e che quindi risulti sempre in cima all’elenco –furbizia, eh!-, per il resto i nostri lettori sono quella cerchia di amici che s’incontra a concerti a cui, fra una birra e l’altra si dice: ‘Ma lo sai che anche noi abbiamo un blog?’ e coloro che si ricordano l’indirizzo esatto forse lo andranno a visitare.
Infine ci sono i link dei link dei link…

Certamente per ottenere visibilità non mi riduco a scrivere sulle tagboard altrui formule vincenti quali:’ Ehi! Ma che fantastico layout ha il tuo sito: visita il mio!’. Se me lo permettete è un po’ triste.

Perché questa riga di considerazioni disfattiste? Perché sento la mancanza del feedback del mondo esterno e scrivere per un intero World Wide Web da’ una certa sensazione di smarrimento, se poi si è consapevoli di non essere degli scrittori dotati il senso di dispersione delle idee aumenta e scoraggia ogni produzione.

Voglio dire, ci si preoccupa di rendere comprensibili i post, di evitare facili ermetismi per non infastidire, ma a che scopo? Tra una riga e l’altra s’intrufolano dei commenti di auto-inquisizione tipo:’ a che cazzo vuoi che freghi sapere di un viaggio in Spagna?’ mentre stai scrivendo sulla Spagna. Ancora peggio, leggi su altri blog resoconti simili al tuo e noti che gli altri raccontano la loro vita fatta sia di eventi salienti che di cazzate con una scioltezza invidiabile e sai che è giusto che sia così.

Come si fa a scrivere un intero saggio, libro, racconto, canzone, articolo senza tormentarsi per ogni parola su quale sarà la reazione degli altri, oppure correggere all’interno del testo contraddizioni inesistenti che solo noi leggiamo?

Forse è questo la differenza tra un mortale ed un artista nel senso esteso del termine.
L’artista crea e basta, sente l’urgenza del creare senza domande e sotto-domande. E soprattutto pubblica quello che fa. Lo rende noto, non immagazzina le sue opere per insicurezza.

Altro discorso meritano coloro che descrivono occasionalmente immagini mistico-astratte e in cuor loro si sentono di ‘ saper scrivere bene ‘, per questi nessuna pietà, in senso letterario.

Tutto questo aggiornamento di stato d’animo nasce in seguito ad un post che avevo completato, pubblicato e lanciato nel cestino per palese insoddisfazione.

Ora va meglio. ‘Nanotte.

Un testo che mi piace moltissimo e che mi consola in questi momenti di analisi esistenziale, anche se è solo un semplice elenco di oggetti. E’ una canzone dei Weakerthans:

Everything must go!
Garage sale. Saturday. I need to pay my heart’s outstanding bills. A cracked-up compass and a pocket watch, some plastic daffodils, the cutlery and coffee cups I stole from all-night restaurants, a sense of wonder (only slightly used), a year or two to haunt you in the dark, a wage-slave forty-hour work week (weighs a thousand kilograms, so bend your knees)- comes with a free fake smile for all your dumb demands, the cordless razor that my father bought when I turned 17, a puke green sofa, the outline to a complicated dream of dignity , and a laugh (too loud and too long).
For a place where Awkward belongs, or a phone call from far away with a ‘hi, how are you today’ and a sign that recovery comes to the broken ones. Or best offer.

posted by milo @ 10:59 PM

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